trecentoparole 01.0411
Le mie riflessioni, periodiche, in trecento parole. Brevi concetti per temi sicuramente troppo vasti, che comunque non si esauriscono con questa breve riflessione. E’ interessante, oggi, riuscire a confrontarsi qualche volta anche con se stessi, con le proprie convinzioni e stratificati punti di vista. Il dialogo appare, ormai, quasi sempre asfittico, privo di contenuti attraenti. Ci si aspetta sempre che l’altro ci stupisca, che ci faccia emergere dal torpore neuronico senza che ci si prodighi a fare lo stesso. Si attende e si spera. Sarebbe il momento di darsi una mossa, di essere più propositivi, di mettere a disposizione le proprie esperienze, farsi usare. Il vero problema è che un tale atteggiamento spesso viene confuso con la volontà di imporre i propri punti di vista. Infatti la conversazione deve restare sempre di basso profilo, evitando atteggiamenti conflittuali che posso innescare problematiche non prevedibili. Il dialogo per crescere, per il trasferimento di idee e concetti non paga. E’ osceno. Presuntuoso perché non richiesto. Non si abbassa mai la guardia, se qualcuno ci esprime il suo pensiero, c’è sotto qualcosa, occorre individuare la fregatura latente, in pratica non ci si fida mai. Il frequente cazzeggio tra amici e non, anni addietro, ha allenato in modo significativa la fantasia di ciascuno, l’immaginazione. Si alimentava la visione dei dei singoli. Non tutto era chiaro, intellegibile, forse per questo la realtà era più accettabile. Adesso la realtà ha solo contorni netti, immagini con colori brillanti sicuramente più attraenti, ma meno fantasiose. Le evanescenze ed i dubbi non sono concessi, sono sintomo di debolezza, incapacità di adeguarsi alla modernità. Ma siamo sicuri che sia proprio così? Che sia necessario una razionalità estrema? Se è così, mandiamo al macero la fantasia, il motore che ha alimentato il progresso. Fermiamoci, tanto qualcuno penserà a noi.
