La spazzatura è l'emblema di
una città senza regole.
E di una cultura dell'illegalità che rischia di travolgerci
tutti.
di
Giorgio Bocca

Nel gennaio 2006 quando uscì da Feltrinelli il mio 'Napoli siamo
noi', un noto scrittore partenopeo scrisse che ero "una vecchia
sciarpa littoria carica di nostalgie" e il direttore del 'Mattino'
rincarò la dose degli insulti e Raffaele La Capria scrisse che mi
ero "troppo sprofondato nella mentalità piccolo settentrionale". Ma
a sprofondare è stata in questi giorni Napoli sotto l'immondizia, e
il fatto che sia sprofondata come due o quattro anni fa, fa
giustizia di queste difese d'ufficio di Napoli vittima del nord
egoista. Nelle interviste tv ai napoletani che impediscono la
riapertura delle discariche di Pianura si è ancora sentito qualcuno
dire che "le immondizie ce le mandano giù i settentrionali", ma
anche un bambino sa che le cose stanno diversamente. Napoli, la
Napoli della povertà, è diventata come le altre città italiane un
luogo di consumismo moderno intensissimo e senza regole e non ha
saputo o potuto fargli fronte, lo ha subito come una slavina che
tutto copre e soffoca. Vizi antichi spesso pittoreschi e
tollerabili accumulandosi sono diventati intollerabili, la mitica
armonia napoletana fra la natura stupenda e la città 'intelligente'
pronta agli adattamenti e ai rimedi, si è arresa di fronte alla
colata incontenibile dei rifiuti e delle confezioni.
La tolleranza totale che torna fra le
cause del disastro non è una novità. Parlare di tolleranza zero a
Napoli è ignorare la storia. A palazzo di giustizia, quando arrivò
da Palmi il procuratore Agostino Cordova si vendevano sigarette,
registrazioni di film, magliette d'autore contraffatte: era il
mercato nel tempio. Cordova lo spazzò via, e non glielo hanno
perdonato. L'igiene a Napoli nei secoli era sconosciuta, si
cuocevano i maccheroni per strada, la pizza nei sottoscala. Tutto
abusivo, tutto liberamente venduto: per anni in centro si è tenuto
il famoso mercatino della merce rubata nei depositi americani, non
era una vergogna, ma un'attrattiva locale. Oggi si vendono dovunque
borse griffate e programmi informatici, registrazioni di film e
tutti lavorano tranquillamente in nero. Napoli è l'unica città dove
anche l'artigianato più rispettabile, come il presepe, è prodotto
in nero. È la città dove i politici rei confessi di corruzione non
solo vengono perdonati, ma tornano al potere. Ma fu per questo che
intitolai il mio saggio 'Napoli siamo noi': perché anche da noi, in
tutta Italia, i condannati per violenza o truffa politica, i
deputati o i ministri ladroni, sono stati riammessi nelle direzioni
dei partiti o nei pubblici uffici. A Napoli la faccenda era più
spavalda, regnava a Napoli negli anni Novanta il ministro
Cirino Pomicino. Costui, l'11 marzo 1990, si presentò con un
seguito di amici alla sede della Rai e annunciò festosamente:
"Guaglio', mo' trasimme tutti quanti, la Rai è di tutti, non è
vero?", per vedere una partita di calcio del Napoli.
I napoletani non sono tutti camorristi, ma hanno fatto proprio il
linguaggio camorrista. Nelle intercettazioni della polizia
ricorrono linguaggi cifrati: "Mi mandi venti chili di mele", "passi
dal mio segretario per quantificare", "mi scusi se l'hanno già
disturbata, ma adesso tocca a me". Un deputato dei Ds, Isaia Sales,
ha scritto di questo costume napoletano: "Il potere politico è
diventato il regolatore quasi assoluto della vita sociale ed
economica di grandi aree, le sue regole sono diventate le regole
dell'economia, qualcosa di simile a ciò che accade nei paesi
dell'est". A Napoli è possibile tutto: lo psichiatra Ceravolo ha
inventato una maglietta con su stampata una finta cintura di
sicurezza, e assicura di averne vendute molte. Ma non facciamoci
illusioni: Napoli ormai siamo noi, i nostri consumi culturali non
fanno una gran differenza, sono la poltiglia di familismo,
violenza, maschilismo, superstizione, pornografia con l'ossessione
consumistica come unico criterio di giudizio. Il consumismo ha
travolto con le sue immondizie le ultime resistenze civili di
Napoli. Ma tutto il Paese è a rischio. Si è scritto di Napoli:
"Nella città convivono due classi, i letterati e il popolo", i
letterati, gli intellettuali, si spartiscono i pubblici uffici,
governano un popolo di cui Guido Dorso diceva: "Una plebe non
ancora uscita dal limbo della storia, abbrutita dalla tradizione e
dalla miseria". Questa plebe sopravvive nei cento mestieri umili,
'spiccia faccende', piccola manovalanza che non può contare su un
reddito regolare, da cui deriva la voglia di sopravvivere alla
miseria, di sopportare la miseria che è all'origine della
tolleranza generale: tutto deve essere permesso affinché tutti
possano vivere.
Riassumendo: una classe borghese che difende i suoi privilegi
spartendosi il pubblico denaro e un "volgo che nome non ha" che
inventa ogni giorno un modo per sopravvivere. Pare che all'origine
della camorra ci sia stata un'associazione spontanea di delinquenti
dediti all'estorsione, certo è che la camorra ha sempre avuto
funzioni retrograde, al servizio dei grandi padroni. E questa
funzione retrograda si è confermata nel disastro della città invasa
dalle immondizie: la camorra, per i suoi interessi, non ha esitato
a favorirla. Una città che per avere troppi problemi non ne risolve
mai nessuno, dove il problema vero è sempre un altro che altri
dovrebbero risolvere, dove le regole valgono solo per gli altri e
si arriva a quella che impone ai motociclisti il casco e nessuno lo
indossa, o lo porta tra collo e schiena, per metterselo in caso di
controllo. Qui il motorino non è un mezzo di trasporto, ma qualcosa
che fa parte del tuo corpo, che usi per eludere ogni controllo.
Napoli è stata fatta così come è oggi dalla sua storia. L'unica
giustificazione di questa storia è che nella modernità dovunque il
perseguimento del bene comune non è più né possibile né desiderato.
Per pagare un dirigente militare la camorra spende 20.000 euro al
mese, un killer 2.500 euro a omicidio, un collaboratore fisso 750
euro. Per tenere in piedi una rete criminale ci vogliono montagne
di soldi, e i camorristi se li procurano allargando la loro
economia, superando la concorrenza con i mitra e la finanza con le
estorsioni. Le ultime notizie sulla metastasi criminale, che le
nostre autorità definiscono preoccupanti, sono in realtà
spaventose.
L'attività imprenditoriale camorrista è arrivata nell'Italia del
nord, nel 'miracolo' del Veneto. Fabbriche e magazzini di merci
falsificate sono sparse nel mondo e nessuno protesta perché la
metastasi non è più contenibile, centinaia di negozi, centri
commerciali, ditte di trasporto sono legati al modo camorristico di
intraprendere: violenza e denaro sporco da riciclare. Se
improvvisamente stazioni invernali, lacustri, marine sono tutto un
fiorire di investimenti magari sballati, magari megalomani, a
tenerli in piedi con un mare di denaro sono le mafie che
controllano il commercio della droga, il crescente consumo di
stupefacenti di società stressate, impaurite, tese allo spasimo
nella ricerca del profitto. Non occorre essere un papa per capire
che il globalismo non risolve i problemi del mondo, ma li aggrava.
L'Italia spaventata dal disastro di Napoli invoca l'intervento
dell'esercito e della polizia. Ma neanche le cosiddette forze
dell'ordine sfuggono alla corruzione, come sa quel padre di
famiglia che ha raccontato allo scrittore Roberto Saviano: "Perché
mio figlio vuole fare il poliziotto? Credo da quando ha visto uno
del commissariato con l'Audi TT". La corruzione delle forze
dell'ordine è a livelli impensabili. Quello strategico pare arrivi
alla costituzione di una vera e propria 'cupola', di cui fanno
parte capi clan e ufficiali dei carabinieri che possono avere
rapporti con ambienti politici e istituzionali. Qualcosa di simile
si verificò negli Stati Uniti degli anni Trenta e la società civile
riuscì a ristabilire regole del gioco accettabili. L'Italia e
l'Europa sono chiamate alla prova, il disastro napoletano è un
avviso a tutta la società europea.
da
espressonline.it
Tag: comunicazione, napoli